Intervista ad Alessandra Sarchi

“Oltre ogni distinzione di genere o di poetica, la letteratura di sogno è quella che ha dentro di sé un giacimento inesauribile di sensi, che emergono, baluginano e tornano a nascondersi.
Il suo significato più profondo è nell’invisibile. Un invisibile che l’opera lascia intravedere”.
Così recita il paratesto della collana “L’invisibile” della casa editrice Industria & Letteratura con la quale Alessandra Sarchi ha pubblicato il suo ultimo libro intitolato “Buchi neri”.
Scrittrice e traduttrice reggiana, bolognese d’adozione, Alessandra Sarchi in questo spazio narrativo muove la storia di Lavinia, una ragazza affetta da una grave malformazione del sistema nervoso. Intrappolata in un corpo sordo ai comandi, la sua mente è vivida, brillante, presente, ma le parole faticano ad uscire e i movimenti, scoordinati, impediscono la sua indipendenza. Abile traduttrice di quella “confusione” linguistica, con la quale convive da oltre vent’anni, è la sorella Alice, e accanto a lei la madre Giulia, figura dolente e presente, gravata dal peso emotivo di una quotidianità difficile.
Attraverso le voci alternate delle tre donne, l’autrice racconta la complessità dei legami familiari di fronte alla malattia, una mescola d’amore, senso di colpa, frustrazione, consapevolezza e crescita, soffermandosi sulla difficoltà della dimensione affettiva e sulla dignità del desiderio appartenenti a qualsiasi condizione umana.
Con sguardo sensibile, acuto, non retorico né pietistico, in “Buchi neri”, infatti, Alessandra Sarchi dà voce alla nascita del desiderio nella mente e nel corpo di una ragazza disabile, portando ad interrogarsi sul diritto all’affettività e alla sessualità.
In un contesto culturale che spesso rimuove, nega o censura tali temi, il racconto si fa, quindi, atto politico e poetico, strumento di riflessione sociale e umana, sfidando pregiudizi e silenzi e offrendo una narrazione che illumina l’invisibile.
Alessandra, “Buchi Neri” è il titolo del suo ultimo libro che pare rimandare ad un’idea di insondabile. Come si declina questo concetto nella trama e nei personaggi del racconto?
Il racconto prende il proprio titolo dalla passione della protagonista, Lavinia, per la fisica. I buchi neri sono luoghi dello spazio cosmico in cui le regole conosciute della fisica cessano parzialmente di essere valide. Pertanto, costituiscono una sfida alla comprensione del comportamento della materia. È poi invalsa la metafora del buco nero come di una situazione dalla quale non si può uscire, senza soluzione. In verità, pare che anche dai buchi neri escano radiazioni di calore, e che, quindi, siano luoghi di passaggio e di trasformazione. Per traslato, la condizione di Lavinia, una ragazzina con un grave problema neuromotorio che le impedisce di camminare e di articolare le parole, assomiglia a quella di un buco nero, ma proprio come questa riserva delle sorprese.
La sua scrittura, talvolta infatti, trasforma dettagli quotidiani in metafore di relazioni, di realtà complesse, di più ampio respiro…
Come dicevo la metafora dei buchi neri come luoghi da cui non si può uscire si riverbera a livello simbolico nelle relazioni che legano le protagoniste del mio racconto. Tuttavia, proprio perché un buco nero forse non è un tunnel senza uscita, ma l’ennesimo luogo in cui la materia si trasforma, anche per le mie protagoniste lascio immaginare che ci sia un margine di cambiamento e di evoluzione.
La collana “L’invisibile” si concentra su racconti che indagano ciò che non può essere detto esplicitamente. Come si inserisce “Buchi Neri” in questo contesto e quali aspetti dell’invisibile ha voluto sondare?
Invisibili sono i legami che tengono unite le due sorelle, Lavinia e Alice, protagoniste di “Buchi neri”. La loro è una relazione empatica che spesso prescinde dalle parole e passa direttamente attraverso il corpo e le percezioni sottili. L’ingombro della carrozzina con cui si sposta Lavinia è visibile e ingombrante. L’esuberanza e la bellezza di Alice lo sono altrettanto, mentre le fantasie e il desiderio di amare ed essere amata di Lavinia rimangono nascosti tanto quanto il senso di colpa e la frustrazione della sorella nei suoi confronti. Tutta la nostra vita si muove in un’alternanza fra ciò che definiamo oggettivo e ciò che risulta più impalpabile o invisibile. L’invisibile, come i sogni, ci determina non meno del cosiddetto reale.
La narrazione è dominata dalla relazione di tre donne, Lavinia, la sorella Alice, e la madre Giulia. Come ha esplorato le dinamiche familiari in presenza di una malattia cronica?
Mi interessava esplorare i rapporti di queste tre donne profondamente legate da affetto e complicità, ma anche ugualmente segnate, ciascuna in maniera diversa, dalla patologia cronica di Lavinia. Spesso non si fa caso al fatto che tutte le persone che ruotano intorno a un individuo con disabilità devono adattare la loro vita a bisogni e modalità diverse. Alice vorrebbe avere un rapporto paritario con la sorella e soffre per il fatto di godere di libertà che a Lavinia sono negate, la madre fatica, invece, a concepire l’idea che Lavinia possa avere degli spazi di intimità e autonomia, come tutte le altre ragazze.

Topos delle sue opere è il corpo. Aveva già affrontato la naturale intersezione tra sessualità e disabilità in “La notte ha la mia voce”. Ora, il desiderio che si accende nel corpo di Lavinia può rientrare in quello spazio “invisibile” ma potente motore degli eventi? In una sua recente intervista su La Lettura, ha ricordato, infatti, come Henry James sia un maestro nel raccontare questa potenziale capacità vigorosa che scaturisce dal “poco evidente”…
In generale mi interessa riflettere su come in una società come la nostra che impiega parecchie energie nel definire e normare i corpi secondo standard estetici molto prevedibili e stereotipati, sia possibile ritagliare spazi di emersione più autentica dei corpi. Ossia come il desiderio si faccia strada proprio là dove non ce lo aspetteremmo, nell’imperfezione.
Alessandra, pensa che la narrazione di questo tema nella letteratura contemporanea possa contribuire a superare lo stigma che è tuttora vivo nella società odierna e spesso rimosso surrettiziamente dal dibattito pubblico?
Premesso che non credo a un ideale didattico della letteratura, e che quest’ultima mi pare sempre meno rilevante nella fruizione del pubblico, quello che può fare un racconto è mostrare una realtà, trovare le parole per descriverla, nominarla. Penso sia importante farlo, ma sono anche convinta che sia solo uno dei tanti tasselli che possono contribuire a richiamare la sensibilità comune e l’attenzione dei legislatori su questioni così importanti per la dignità umana di chi nasce o si ritrova in una condizione di minorità fisica o cognitiva.
È indubbia, infatti, la stigmatizzazione della sfera affettiva e sessuale delle persone disabili Quali sono esattamente gli stereotipi e le barriere culturali sociali ed anche fisiche che impediscono loro una piena espressione in tal senso? E perché persistono ancora, oggi?
Credo che ci sia una resistenza diffusa a pensare che corpi non conformi abbiano le stesse esigenze degli altri. Un corpo non conforme, lacunoso, manchevole, produce perplessità e induce forme di paura e ritrosia che sono nella maggior parte dei casi frutto di ignoranza e pregiudizio. La diversità in generale spaventa e impedisce di pensare che le lacune possono essere superate, le mancanze supplite e che ci sono mille modi diversi di vivere affettività, corporeità e sessualità. Ci sono tante persone che senza essere disabili fisicamente sono altrettanto limitate perché riescono a concepire soltanto una realtà fatta su loro misura, mentre la realtà è varia quante sono le personalità che la vivono, è plurale in essenza.
Quanto è importante l’educazione sessuale nell’autodeterminazione delle persone con disabilità, anche per lo sviluppo di relazioni intime consapevoli?
In un paese come il nostro da sempre privo di educazione sessuale, a tutti i livelli, sarebbe fondamentale l’educazione sessuale e affettiva tout court, a partire dalla scuola primaria. Tanto più che i bambini fin da molti piccoli hanno accesso a contenuti sul web con cui spesso si fanno un’idea morbosa e distorta del sesso. Le persone disabili non devono ricevere una particolare educazione sessuale, non più di quella che sarebbe bene impartire a tutti, a cominciare da una conoscenza scientifica del corpo e delle sue funzioni.
Lei ha parlato del diritto alla sessualità per le persone con disabilità. Come si esplicita questo diritto e la relativa garanzia?
Credo che il diritto alla sessualità rientri nel riconoscimento della dignità di ogni persona. Che significa riconoscere la specificità e unicità di ogni individuo. Come riconosciamo che una persona con difficoltà motorie o di orientamento cognitivo ha bisogno di assistenza per svolgere alcune funzioni e prendersi cura del proprio corpo, lavarsi, vestirsi, spostarsi, così possiamo ammettere che esista una funzione di assistenza anche per le esigenze sessuali.
“Buchi neri” induce a riflettere sia sulla gestione dell’emotività e sul diritto alla sessualità delle persone portatrici di disabilità ma anche sul ruolo degli OEAS, operatori all’emotività, all’affettività e alla sessualità, nati grazie all’Odv Lovegiver di Bologna. Sempre nel servizio pubblicato su La Lettura lei è stata intervistata con alcuni suoi rappresentanti. Qual è il loro ruolo?
Le figure di LoveGiver, per come sono state concepite dall’associazione di Max Ulivieri a Bologna, sono assimilabili a quelle dei terapisti e operano in stretto contatto con un’équipe medica e psicologica. Non si tratta di medicalizzare la sessualità dei disabili, quanto di aprire la possibilità che queste persone possano guadagnare autonomia nella gestione degli affetti e del sesso. Dal dialogo con gli operatori OEAS si capisce che ogni caso è diverso e richiede un approccio individuale.

Come viene regolamentata in Italia la professione degli OEAS? È legalmente riconosciuta? E anche in Italia la questione solleva dibattiti etici e legali come avviene in alcuni paesi?
È una figura riconosciuta, ma non integrata nei servizi sanitari né a livello regionale né nazionale. La sessualità produce sempre dibattito, anche fra i normodotati, figuriamoci fra le persone con disabilità! Io trovo giusto che se ne discuta perché sono questioni sensibili, che toccano la sfera dell’intimità e del corpo e come tali hanno un valore etico e politico. Dal grado di rispetto e libertà verso questi temi si riconosce il grado di civiltà di un paese.
Nel racconto, la madre di Lavinia, porta il peso emotivo della gestione quotidiana della famiglia, pur essendo molto aiutata dalla figlia Alice che, a differenza del genitore, non è affetta da quella sorta di cecità, naturale e umana, nell’accettare determinate realtà. Gli OEAS supportano anche le famiglie delle persone che seguono?
Nel mio racconto Alice e la madre Giulia hanno atteggiamenti diversi perché ricoprono anche un ruolo diverso: una sorella è pur sempre una pari, una madre è una figura più protettiva e può accadere che venga presa da un eccesso di protezione che le impedisce di vedere i reali bisogni della figlia.
Una delle funzioni degli OEAS è proprio quella di mettere le famiglie nella condizione di poter affrontare le istanze dei figli, delle figlie disabili nella maniera più rispettosa e armoniosa possibile. Spesso il tema pur essendo ben presente nelle famiglie con disabili non viene affrontato o viene rimosso per tabù o per incompetenza.
Lei possiede anche una formazione artistica che è spesso incastonata tra le pagine delle sue opere.
“Io vedo orizzonti dove tu disegni confini” è una celebre citazione di Frida Kahlo, figura emblematica sia per la sua arte sia per come ha vissuto la propria sessualità e il rapporto con il proprio corpo segnato dalla disabilità, sfidando le convenzioni dell’epoca e dimostrando come sessualità e disabilità non siano incompatibili.
Quell’orizzonte, un termine poetico per Alice, “quell’orizzonte degli eventi” potrebbe identificarsi con quello che circonda “il buco nero” che Lavinia studia?
E lo stesso orizzonte è simile a quello che Alice scorge nella tazza del suo cappuccino alla vista di un cerchio nero, in un bar in via Zamboni? Lo stesso orizzonte verso il quale corre con una rinnovata consapevolezza?
L’orizzonte degli eventi nel linguaggio della fisica è quel luogo dello spazio, attorno a un buco nero, oltrepassato il quale non si può più tornare indietro, ossia la materia viene risucchiata dalla forza di gravità del buco nero stesso. Stephen Hawking ha svolto calcoli, finora non smentiti, in base ai quali tuttavia dal buco nero escono radiazioni. In senso metaforico è una soglia, una delle tante, e forse la più cruciale che possiamo attraversare nella vita, per Lavinia è la minorità fisica che l’assedia, per Alice il senso di colpa di chi si sente sempre in dovere di accudire la sorella.
Vorrei concludere con una sua frase: “L’umanità che si salva prima di tutto immagina”.
Alessandra, quanto è importante l’immaginazione?
Senza immaginazione siamo nulla, è il motore dell’evoluzione ed è la facoltà che più ci avvicina al divino.




