“Encantadas” . Marco Benati
Palazzo da Mosto
Reggio Emilia
7 dicembre 2024 – 2 marzo 2025

Lo straordinario e sapiente uso della luce e dei colori, in costante dialogo tra l’onirico e il reale, di Davide Benati è ospite dal 7 dicembre sino al 2 marzo 2025 nel quattrocentesco Palazzo da Mosto di via Gian Battista Mari a Reggio Emilia.
Un’esposizione che si fa veicolo per restituire alla città uno sguardo d’autore capace di “incanto” e di stupore.
Curata da Walter Guadagnini e promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani, la personale dell’artista reggiano intitolata “Encantadas”, dall’omonima serie pittorica realizzata negli ultimi anni, dà contezza del percorso completo della sua ricerca artistica: una ricerca artistica “appartata ma tra le più significative dell’arte italiana a cavallo tra i due secoli”, ha spiegato il curatore durante la preview alla stampa, e “capace di definire con coerenza e profondità gli elementi essenziali della sua poetica, offrendo una visione unica e raffinata della pittura e delle sue tecniche”.
L’esposizione si declina in una selezione di circa cinquanta opere provenienti da collezioni pubbliche e private, spesso mai esposte o presentate molti anni fa in gallerie italiane e internazionali, e altre realizzate nel nuovo studio di Davide Benati a Reggio: dagli acquarelli di grande formato su carta nepalese degli anni Ottanta, in cui si fondono Oriente e Occidente, alle grandi tele, ai dittici degli anni Novanta, dai trittici inediti degli anni Duemila sino ai taccuini di viaggio e alle composizioni su carta, rivelatori del processo creativo dell’artista.

Intervista a Davide Benati
Titolo della sua esposizione a Palazzo da Mosto è “Encantadas”. Incanto, meraviglia, stupore, sono, infatti, gli stati che si provano nel visitarla.
Maestro, da dove deriva questo titolo? Herman Melville scrisse un racconto intitolato “Le Encantadas” dedicato alle isole Galápagos, in cui illustra, oltre ad aspetti più prosaici, anche una natura connessa alla meditazione, uno stato in cui le sue opere portano ad indulgere…
Infatti, il titolo “Encantadas” è un omaggio al racconto di Melville. Come nel racconto i miei quadri, soprattutto quelli che hanno quel titolo, sono immagini sull’apparenza, sull’apparire, sul “sembrare”. Sono immagini lievi, velate, per certi versi misteriose. Un po’ come Melville descrive quelle isole.
La sua arte è percepita come contemplativa, eterea, sognante, spesso espressione della natura. Una natura molto distante da quella ribelle e devastante, che da anni si manifesta sempre più spesso. Se dovesse illustrare la sua poetica? Non ha mai pensato, inoltre, di raffigurare quel volto della natura?
Uso forme che ricordano forme della natura, amo gli erbari che conservano un simulacro di quelle forme e con la pittura cerco di restituire loro la vita che è stata col colore. Non ho nessuna intenzione di pensare in termini naturalistici: la mia è una pittura apparentemente semplice, che chiede a chi la guarda un silenzio interiore. Scelgo forme semplici, a volte allusive e le faccio entrare nel vuoto dello spazio della tela per far sì che ritrovino un posto nel mondo e il mondo è in tutti gli sguardi che guarderanno quelle forme.
Maestro, il suo stile è stato definito come “naturalismo concettuale”. Benché lei rifugga le categorizzazioni, si ritrova in questa definizione?
Naturalismo concettuale non so cosa significhi: solitamente le etichette non sono i pittori ad attribuirsele.

In una intervista ha affermato che l’arte deve possedere la forza di parlare, di interrogare, deve essere interlocutoria, sia per l’autore stesso sia per lo spettatore. Domande che si fanno motore per una ricerca continua, a sua volta linfa per la creatività. Afferma che lo spettatore osservando le sue opere, e anche l’arte in generale, debba fidarsi del proprio sguardo. Cosa intende esattamente?
“Fidarsi dei propri occhi”, uso spesso queste parole rivolgendole a chi guarda i miei quadri e mi chiede tante cose, tante parole. Si ha quasi paura di lasciarsi andare a un approccio istintivo, primario, direi addirittura “sensuale” quando si guardano le opere, tutte le opere, non solo le mie. Capisco: anche perché tutto viene ormai percepito attraverso tanti luoghi comuni di cui siamo consapevoli o inconsapevoli portatori e nessuno sa più ritrovare la semplice innocenza dello sguardo “affettuoso”. Si ha bisogno di “spettacolo” di “rumore” di “evento”.
Io ho bisogno di silenzio, di profumo, di abbandono.
Da feticista della carta, non posso esimermi dal sottolineare il suo ricorso alla carta orientale, alla carta nepalese, che incolla sulla tela. Da dove nasce questa scelta stilistica?
La Carta nepalese è quasi un riassunto di quanto ho detto poco sopra: è una carta povera, morbida, silenziosa. Racchiude in sé un’antica civiltà che l’ha espressa e ne diventa un viatico: ho scelto di lavorare con lei per avere, anche solo simbolicamente, un ponte con l’arte orientale che ho amato fin da giovane, proprio perché ha caratteristiche che sento affini alle mie sensibilità.
Maestro, di lei è stato scritto che per scelta non ha mai esposto tantissimo. Una scelta che pare quasi rispecchiare la levità ma al contempo la lirica e onirica incisività delle sue opere. Risponde al vero?
Ho fatto in questi cinquanta anni di lavoro circa 120 mostre personali in Italia e all’estero, due Biennali di Venezia e una Quadriennale di Roma: insomma mi pare un’attività piena e tanta. Arrivati alla mia età ormai si sceglie solo di esporre quando il luogo, le persone che lo chiedono e le circostanze siano e diano le garanzie necessarie a dare ancora il meglio di sé.
Cos’ha significato per lei esporre a Reggio Emilia nel suggestivo Palazzo da Mosto? E tra quelle in mostra è presente un’opera alla quale è maggiormente legato?
Palazzo da Mosto è un luogo molto bello, difficile e affascinante e mi ha dato la possibilità di esporre opere inedite, opere che ho chiesto a collezionisti e a musei e che non rivedevo da tanti anni. Mi sono emozionato e se devo essere sincero non saprei dire a quale di queste opere sono più affezionato: sono tutte piccole parti di me, della mia vita. Sono i miei sogni.
Capita spesso che alla scomparsa di una persona nota vengano riportate espressioni del suo pensiero. Oliviero Toscani, morto pochi giorni fa, disse: “Se dici la verità fai paura, se sei libero fai paura. penso che la provocazione sia intrinseca all’arte. Se l’arte non provoca qualcosa non serve a niente: deve suscitare discussioni, punti di vista, interessi e magari anche far cambiare idea”. Maestro, un suo commento…
Conosco questa dichiarazione di Oliviero Toscani ed è molto legata al lavoro che faceva e a come lo faceva. Il contesto dentro al quale si muoveva Toscani (e Benetton) era molto diverso dal mio. Molta arte del Novecento e arte anche attuale sono caratterizzate da radicalità, da provocazioni ma tutto fa parte di un grande sistema che macina, divora, lancia e accantona con estrema facilità. Credo ci sia spazio per altre opzioni, per posizioni meno rumorose, meno ” spettacolari”.
Ha affermato essere amante della poesia e, nella fattispecie, della poesia di Paul Celan.
Ho incontrato per la prima volta le sue parole nel romanzo “La zona di interesse” di Martin Amis”. Parole ben incastonate e allusive ad eventi drammatici in modo profondamente lirico.
Esiste un nesso tra la poesia e la sua arte?
Ho amato e amo Paul Celan come anche, tra i tanti, Sereni, Caproni, Pascoli, Emily Dickinson, Wyslawa Szymborska…
Ho avuto per tanti anni un rapporto di profonda amicizia e collaborazione con lo scrittore Antonio Tabucchi, affinità e scambio di idee su tutto ma soprattutto sulle nostre discipline, un po’ come accadeva nell’Ottocento: degli impressionisti scriveva Baudelaire. Poeti, scrittori e artisti hanno sempre collaborato.







