13 Dicembre 2024

Soglia di un interludio_Dicembre

L’intermezzo presuppone due tempi, due spazi, due luoghi. Fisici o astratti.
È un’interruzione, una digressione, un intervallo, un medium.
L’alloggio di una soglia, di un’intercapedine dove abitano tutte le parole: quelle tra l’intenzione e l’azione, tra la poesia e la brutalità, tra il mittente e il destinatario, tra il materiale e l’impalpabile, tra il calcolo e l’emotività, tra la pioggia e il cristallo…

Accarezzano l’anima, infondendo una sensazione di benessere, i libri di Franco Faggiani. Non fa eccezione il suo ultimo titolo, “Basta un filo di vento” (Fazi Editore), come non fa eccezione l’ispirazione a storie reali. Quella restituita ora è una storia corale, ambientata sulle colline del Po e l’Appennino, nell’Oltrepo’ pavese – altro topos nella narrativa di Faggiani è la natura, curativa e salvifica – luogo con una forte vocazione agricola e vinicola. Qui, si intersecano le vite di numerosi personaggi, tutte gravitanti attorno alla ‘Conventina’, azienda agricola ereditata dal protagonista, Gregorio Bajocchi. Un romanzo irenico dalle radici allignate in una terra che favorisce legami solidi e sinceri, descritti come un “microcosmo solidale” impegnato nel futuro incerto della ‘Conventina’, e scritto secondo i crismi delle cinque “A” care all’autore: amicizia, accoglienza, ambiente, attenzione, amore.

Statistico finlandese, Optimus Oloop, detto Op, è esattamente questo: razionalità, disciplina e calcolo. Almeno sino a quando la sua tetragona esistenza viene destabilizzata da un banale imprevisto che lo induce a presentarsi in ritardo alla sua festa di fidanzamento. Accanto al daimon “rannicchiato” nella sua coscienza, prendono, allora, posto il caos e l’incertezza che lo trasformano in un monologante e delirante indeciso… per ventiquattro ore. È questo, infatti, il lasso di tempo in cui si svolge la narrazione, in una Buenos Aires anni Trenta, di “Op Oloop” di Juan Filloy. Scritto nel 1934 e pubblicato per la prima volta in Italia quest’anno grazie alla Ago Edizioni – casa editrice indipendente che ripropone la narrativa straniera del Novecento – “Op Oloop” è un romanzo ironico, surreale, intelligente, filosofico, sfacciato e sfaccettato del provocatorio e iconoclasta scrittore argentino.

Ha raccontato di parole affidate al vento. Ha raccontato di battiti del cuore registrati e archiviati. Ora Laura Imai Messina racconta di parole scritte, di una corrispondenza orfana di indirizzo, ma convergente al medesimo ufficio postale. L’Ufficio Postale degli Indirizzi perduti situato sull’isola di Awashima, nel mare di Seto, è un archivio – liberamente consultabile – inizialmente nato come installazione artistica temporanea, ma che, per il copioso afflusso epistolare, l’anziano custode, ormai novantenne, ha deciso di rilevare e mantenere attivo. Da ogni parte del mondo giungono lettere, incuranti di risposta, indirizzate a persone esistenti, inesistenti o esistite, all’io passato, a quello presente, a quello futuro, a cose, a idee…
La scrittrice italiana, residente a Tokyo, con “Tutti gli indirizzi perduti” (Einaudi) dà contezza di questa poetica e magica realtà attraverso la vita di Rise che si offre di catalogare tutte le storie giunte in dieci anni all’ufficio postale, speranzosa anche di trovare qualcosa che la riguardi. Un romanzo sulla potenza delle parole, sulla scrittura amanuense come esercizio terapeutico per decifrare il mondo e se stessi.

È Agata a parlare, la protagonista di una commedia ironica, brillante, irriverente, divertente e… vera, soprattutto. Da sempre “affetta” da una spiccata idiosincrasia per il Natale (per le feste comandate in generale), Agata fa ritorno nel paese natio in occasione delle feste natalizie, dove, suo malgrado, causa un incidente familiare, si trova improvvisamente costretta a rivestire il ruolo di chef, di maître, di sensale, arbitrando l’intero parentado riunitosi per il cenone della Vigilia.
Una “fuga dal Natale” italiana, “Maledette feste” (Fazi Editore) di Isabella Pedicini è un racconto sul “lato oscuro delle feste comandate” con il loro indotto di ossessioni, di ansie, di obblighi, ma è anche un racconto  mirante a riscoprire l’originario del Natale.

«Affronta traumi storici e insiemi invisibili di regole e, in ciascuna delle sue opere, espone la fragilità della vita umana. Ha una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, i vivi e i morti, e nel suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice nella prosa contemporanea».
La motivazione che è valsa ad Han Kang il Nobel per la Letteratura 2024 si fa nuovamente materica in “Non dico addio” (Adelphi). Definito dall’autrice stessa “una candela accesa negli abissi dell’anima umana”, è il doloroso e lirico racconto sull’amicizia tra due donne che dà l’abbrivio ad un’altra narrazione: quella del ‘massacro di Jeju’, uno dei più atroci nella storia della Corea, che, tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949, ha visto l’uccisione di trentamila civili e molti altri imprigionati e torturati. Il viaggio, siderale e simbolico, verso l’isola di Jeju compiuto da Gyeong-ha per volere dell’amica In-seon, diviene un percorso a ritroso nel tempo che fa affiorare l’impossibilità di riuscire a dire addio e a spezzare il legame con chi non c’è più.

Non si smentisce la casa editrice Mercurio Books quando afferma di essere sangue e spirito, di giocare con la vita e con la morte, di dare voce a storie situate su una epifanica soglia da attraversare per scoprire il desiderio di qualcosa che si ignorava.
In questa storia sono morti in tre, sono tornati in quattro, ma soltanto in due possono restare. Sono gli spietati dettami della magia cui Laura, Danile, Mo e Bowie devono sottostare mentre dialogano con i vivi e con una pletora di personaggi magici e ambigui.
È un viaggio fantastico “The book of love” dell’autrice statunitense Kelly Link – famosa per i suoi racconti tra realismo magico, fantasy e horror – perché “morire può essere un’avventura magica”, soprattutto quando vivere è complicato, ma rivivere è tutta un’altra storia. Una storia sulla soglia… tra la vita e la morte e sempre alla ricerca di una connessione con chi si ama.
Vertiginosamente lisergica e narrata con tagliente ironia, “The book of love” è una fiaba moderna che spaventa e diverte, dove c’è tutto, amore, sesso, musica, magia, fine, inizio, orrore, bellezza. Una favola fantasy sul significato dello stare insieme, sul tempo – qualunque esso sia – sull’amore e sulla perdita.

Fenomeno mediatico ed editoriale ancora prima della sua uscita, avvenuta in Italia il 12 novembre per Einuadi, “Intermezzo” è il quarto romanzo della scrittrice irlandese Sally Rooney. Tradotta in tutto il mondo, la giovane autrice dalla scrittura scevra da una precisa categorizzazione, catalizza un pubblico trasversale, giovane e adulto, femminile e maschile: per la contemporaneità delle storie che racconta – sempre in terza persona – e per l’identificazione emotiva derivante, principalmente, da storie incentrate sul piacere e sulla difficoltà nello stare con gli altri, sui tormenti e le preoccupazioni tipiche del passaggio dalla giovinezza all’adultità, e sempre con lo sguardo vigile sul femminismo, sul capitalismo, sull’attualità.
In “Intermezzo” per la prima volta i protagonisti sono maschili: due fratelli, Peter, avvocato, e Ivan, campione di scacchi, che si ritrovano per affrontare la morte del padre. Con “Intermezzo” Sally Rooney dona alla lettura una storia di ricerca, del passato per il fratello maggiore e del futuro per il fratello minore, in un frangente temporale di disperazione, desiderio e speranza.

Un’educazione che lo storico d’arte, accademico e saggista Tomaso Montanari definisce quasi una postura che si è persa verso i luoghi e le cose. Un’educazione sentimentale, oltreché razionale, al patrimonio che dovrebbe “tirare fuori dalle nostre viscere” quell’umanità scomparsa sia dal mondo sia dall’umano, e fondamentale alla vita.
Con “SE AMORE GUARDA. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale(Einaudi) Tomaso Montanari impartisce, con l’ausilio di tanti nomi dello scibile, una preziosa e affascinante lezione, sulla funzione civilizzatrice dell’arte: affinché torni ad ‘appartenere’ a tutti (poveri e ricchi); affinché si affranchi dall’dea di “industria dell’intrattenimento culturale” (con tutto quanto ne consegue), strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall’università.

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