L’intermezzo presuppone due tempi, due spazi, due luoghi. Fisici o astratti.
È un’interruzione, una digressione, un intervallo, un medium.
L’alloggio di una soglia, di un’intercapedine dove abitano tutte le parole: quelle tra l’intenzione e l’azione, tra la poesia e la brutalità, tra il mittente e il destinatario, tra il materiale e l’impalpabile, tra il calcolo e l’emotività, tra la pioggia e il cristallo…

«Ci vuole poco perché le cose cambino. Basta un filo di vento che arriva da dietro o una piccola nuvola che si allontana per un momento dal suo gregge errante e va a coprire il sole.
Il paesaggio, i colori, le forme, i tagli di luce prendono aspetti e toni diversi, propongono nuove prospettive, inducono a rimettere a fuoco i contorni, a spostarsi di lato per vedere meglio.
I pensieri, gli umori che stavano andando in una direzione si infilano senza preavviso in un’altra strada, che non si sa dove finisce. Ma poco importa, tanto in fondo a quella strada non arrivano mai; subito dopo, se si pensa, se si osserva, se si ascolta, tutto si trasforma di nuovo, e di nuovo ancora, all’infinito».
Accarezzano l’anima, infondendo una sensazione di benessere, i libri di Franco Faggiani. Non fa eccezione il suo ultimo titolo, “Basta un filo di vento” (Fazi Editore), come non fa eccezione l’ispirazione a storie reali. Quella restituita ora è una storia corale, ambientata sulle colline del Po e l’Appennino, nell’Oltrepo’ pavese – altro topos nella narrativa di Faggiani è la natura, curativa e salvifica – luogo con una forte vocazione agricola e vinicola. Qui, si intersecano le vite di numerosi personaggi, tutte gravitanti attorno alla ‘Conventina’, azienda agricola ereditata dal protagonista, Gregorio Bajocchi. Un romanzo irenico dalle radici allignate in una terra che favorisce legami solidi e sinceri, descritti come un “microcosmo solidale” impegnato nel futuro incerto della ‘Conventina’, e scritto secondo i crismi delle cinque “A” care all’autore: amicizia, accoglienza, ambiente, attenzione, amore.
«Boia progressivo di ogni gesto spontaneo, Op Oloop era ormai il metodo in persona. Il metodo fatto verbo. Il metodo che convoglia in profondità le illusioni, le sensazioni e le intenzioni. Il metodo ormai consustanziato che evita i sussulti dello spirito e le sgroppate della carne. Come spezzarne il ritmico andirivieni? Come alterarne il flusso quotidiano?
“È inutile. Non riuscirò mai a emanciparmi. L’abitudine mi ha plasmato un’atroce tirannia”».
Statistico finlandese, Optimus Oloop, detto Op, è esattamente questo: razionalità, disciplina e calcolo. Almeno sino a quando la sua tetragona esistenza viene destabilizzata da un banale imprevisto che lo induce a presentarsi in ritardo alla sua festa di fidanzamento. Accanto al daimon “rannicchiato” nella sua coscienza, prendono, allora, posto il caos e l’incertezza che lo trasformano in un monologante e delirante indeciso… per ventiquattro ore. È questo, infatti, il lasso di tempo in cui si svolge la narrazione, in una Buenos Aires anni Trenta, di “Op Oloop” di Juan Filloy. Scritto nel 1934 e pubblicato per la prima volta in Italia quest’anno grazie alla Ago Edizioni – casa editrice indipendente che ripropone la narrativa straniera del Novecento – “Op Oloop” è un romanzo ironico, surreale, intelligente, filosofico, sfacciato e sfaccettato del provocatorio e iconoclasta scrittore argentino.
«È un fatto talmente ovvio e, ciò nonostante, sono cresciuta pensando che solo chi conoscevamo era importante e che tanto meno sapevamo di una persona tanto meno essa era preziosa. Mi sono avvicinata a capirlo molto più tardi quando, a ventitré anni, fui avvolta dalla folla straordinaria di Shibuya. D’un tratto mi trovai a non avere neppure un appiglio, a essere io la straniera, per antonomasia la sconosciuta, l’estranea. Prima la letteratura, poi la densità straordinaria di popolazione di Tōkyō, mi spiegarono che, se vogliamo che qualcosa funzioni, serve vedere nello sconosciuto qualcuno a prescindere, non bisogna forzarlo a divenire conosciuto per convincersi che debba contare per noi, scioglierlo dall’obbligo di dimostrarsi degno della nostra attenzione, del nostro affetto».
Ha raccontato di parole affidate al vento. Ha raccontato di battiti del cuore registrati e archiviati. Ora Laura Imai Messina racconta di parole scritte, di una corrispondenza orfana di indirizzo, ma convergente al medesimo ufficio postale. L’Ufficio Postale degli Indirizzi perduti situato sull’isola di Awashima, nel mare di Seto, è un archivio – liberamente consultabile – inizialmente nato come installazione artistica temporanea, ma che, per il copioso afflusso epistolare, l’anziano custode, ormai novantenne, ha deciso di rilevare e mantenere attivo. Da ogni parte del mondo giungono lettere, incuranti di risposta, indirizzate a persone esistenti, inesistenti o esistite, all’io passato, a quello presente, a quello futuro, a cose, a idee…
La scrittrice italiana, residente a Tokyo, con “Tutti gli indirizzi perduti” (Einaudi) dà contezza di questa poetica e magica realtà attraverso la vita di Rise che si offre di catalogare tutte le storie giunte in dieci anni all’ufficio postale, speranzosa anche di trovare qualcosa che la riguardi. Un romanzo sulla potenza delle parole, sulla scrittura amanuense come esercizio terapeutico per decifrare il mondo e se stessi.

«Sogno un estremo atto di disobbedienza alle imposizioni delle festività di ogni mese e di ogni natura. Datemi la possibilità, anche solo per una volta, di giocarmi un bonus, una carta di libertà che mi dispensi dai banchetti infiniti, dalle visite, dai convenevoli. Sembrerò triste davanti al grande tribunale dei festeggiamenti e insensibile rispetto a chi non ha nessuno con cui festeggiare, ma vivrò quel giorno con animo leggero per aver trasgredito alla legge implacabile del divertimento».
È Agata a parlare, la protagonista di una commedia ironica, brillante, irriverente, divertente e… vera, soprattutto. Da sempre “affetta” da una spiccata idiosincrasia per il Natale (per le feste comandate in generale), Agata fa ritorno nel paese natio in occasione delle feste natalizie, dove, suo malgrado, causa un incidente familiare, si trova improvvisamente costretta a rivestire il ruolo di chef, di maître, di sensale, arbitrando l’intero parentado riunitosi per il cenone della Vigilia.
Una “fuga dal Natale” italiana, “Maledette feste” (Fazi Editore) di Isabella Pedicini è un racconto sul “lato oscuro delle feste comandate” con il loro indotto di ossessioni, di ansie, di obblighi, ma è anche un racconto mirante a riscoprire l’originario del Natale.
«Affronta traumi storici e insiemi invisibili di regole e, in ciascuna delle sue opere, espone la fragilità della vita umana. Ha una consapevolezza unica delle connessioni tra corpo e anima, i vivi e i morti, e nel suo stile poetico e sperimentale è diventata un’innovatrice nella prosa contemporanea».
La motivazione che è valsa ad Han Kang il Nobel per la Letteratura 2024 si fa nuovamente materica in “Non dico addio” (Adelphi). Definito dall’autrice stessa “una candela accesa negli abissi dell’anima umana”, è il doloroso e lirico racconto sull’amicizia tra due donne che dà l’abbrivio ad un’altra narrazione: quella del ‘massacro di Jeju’, uno dei più atroci nella storia della Corea, che, tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949, ha visto l’uccisione di trentamila civili e molti altri imprigionati e torturati. Il viaggio, siderale e simbolico, verso l’isola di Jeju compiuto da Gyeong-ha per volere dell’amica In-seon, diviene un percorso a ritroso nel tempo che fa affiorare l’impossibilità di riuscire a dire addio e a spezzare il legame con chi non c’è più.
«Cadeva una neve rada.
Una vasta pianura si stendeva davanti a me fino a culminare in una montagna bassa punteggiata di migliaia di tronchi neri che variavano in altezza, come persone di età diverse, ed erano spessi più o meno quanto traversine ferroviarie, ma non altrettanto dritti. Inclinati e storti, sembravano migliaia di uomini, donne e bambini emaciati, curvi sotto la neve».
«Erano in quattro adesso. Ecco il primo mistero da risolvere.
Il secondo mistero era il posto in cui si trovavano. Erano stati dall’altra parte, prima. E poi si erano trascinati fuori e si erano ritrovati nell’aula di musica di Mr Anabin alla Lewis Latimer, la scuola pubblica che frequentavano. Sapevano che la stanza era quella perché c’era il pianoforte a mezza coda di Mr Anabin.(…) Buio fuori dalle finestre e Mr Anabin in persona che suonava una scala minore al pianoforte. Quando li vide, chiuse il coperchio del pianoforte e si posò le mani in grembo. “Eccoci”. Il suono di una voce umana in un ambiente umano era terribile e sconosciuto. “Immaginavo che sarebbe stata una cosa del genere”. Nessuno dei quattro si mosse».
Non si smentisce la casa editrice Mercurio Books quando afferma di essere sangue e spirito, di giocare con la vita e con la morte, di dare voce a storie situate su una epifanica soglia da attraversare per scoprire il desiderio di qualcosa che si ignorava.
In questa storia sono morti in tre, sono tornati in quattro, ma soltanto in due possono restare. Sono gli spietati dettami della magia cui Laura, Danile, Mo e Bowie devono sottostare mentre dialogano con i vivi e con una pletora di personaggi magici e ambigui.
È un viaggio fantastico “The book of love” dell’autrice statunitense Kelly Link – famosa per i suoi racconti tra realismo magico, fantasy e horror – perché “morire può essere un’avventura magica”, soprattutto quando vivere è complicato, ma rivivere è tutta un’altra storia. Una storia sulla soglia… tra la vita e la morte e sempre alla ricerca di una connessione con chi si ama.
Vertiginosamente lisergica e narrata con tagliente ironia, “The book of love” è una fiaba moderna che spaventa e diverte, dove c’è tutto, amore, sesso, musica, magia, fine, inizio, orrore, bellezza. Una favola fantasy sul significato dello stare insieme, sul tempo – qualunque esso sia – sull’amore e sulla perdita.

«Dài, non si poteva guardare addosso al ragazzo. Quel vestito al funerale. Con l’apparecchio ai denti, poi, l’imbarazzo supremo per un adolescente. Quasi ventitré anni ormai: Ivan il terribile. Da non crederci, quel vestito su di lui. Forse raccattato in qualche fetido negozietto dell’usato per l’hospice locale, pagato in contanti, portato a casa in bici appallottolato dentro un sacchetto di plastica. Sì, in quel caso avrebbe senso, in quel caso la fulgida bruttezza del vestito si accorderebbe alla personalità del fratello più giovane, dieci anni più giovane. Non privo di stile, a modo suo. Una certa distinzione nella sua assoluta indifferenza per il mondo materiale. Cervello e bellezza, ha detto una volta una zia. Parlando di entrambi. O forse il cervello era Ivan e la bellezza Peter».
Fenomeno mediatico ed editoriale ancora prima della sua uscita, avvenuta in Italia il 12 novembre per Einuadi, “Intermezzo” è il quarto romanzo della scrittrice irlandese Sally Rooney. Tradotta in tutto il mondo, la giovane autrice dalla scrittura scevra da una precisa categorizzazione, catalizza un pubblico trasversale, giovane e adulto, femminile e maschile: per la contemporaneità delle storie che racconta – sempre in terza persona – e per l’identificazione emotiva derivante, principalmente, da storie incentrate sul piacere e sulla difficoltà nello stare con gli altri, sui tormenti e le preoccupazioni tipiche del passaggio dalla giovinezza all’adultità, e sempre con lo sguardo vigile sul femminismo, sul capitalismo, sull’attualità.
In “Intermezzo” per la prima volta i protagonisti sono maschili: due fratelli, Peter, avvocato, e Ivan, campione di scacchi, che si ritrovano per affrontare la morte del padre. Con “Intermezzo” Sally Rooney dona alla lettura una storia di ricerca, del passato per il fratello maggiore e del futuro per il fratello minore, in un frangente temporale di disperazione, desiderio e speranza.
«Abbiamo forse smarrito la ragione profonda per cui davvero ci interessiamo al patrimonio culturale e alla storia dell’arte: la forza con cui apre i nostri occhi e il nostro cuore a una dimensione ‘altra’. La sua capacità di separarci dal flusso ininterrotto dell’attualità, per metterci in contatto con ciò che ci avvince alla vita, ciò che le dà un senso. Per vedere – per sentire – tutto questo, è però necessario riattivare la sua connessione con la parte più intima della nostra anima individuale e collettiva; occorre una vera e propria educazione sentimentale».
Un’educazione che lo storico d’arte, accademico e saggista Tomaso Montanari definisce quasi una postura che si è persa verso i luoghi e le cose. Un’educazione sentimentale, oltreché razionale, al patrimonio che dovrebbe “tirare fuori dalle nostre viscere” quell’umanità scomparsa sia dal mondo sia dall’umano, e fondamentale alla vita.
Con “SE AMORE GUARDA. Un’educazione sentimentale al patrimonio culturale”(Einaudi) Tomaso Montanari impartisce, con l’ausilio di tanti nomi dello scibile, una preziosa e affascinante lezione, sulla funzione civilizzatrice dell’arte: affinché torni ad ‘appartenere’ a tutti (poveri e ricchi); affinché si affranchi dall’dea di “industria dell’intrattenimento culturale” (con tutto quanto ne consegue), strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall’università.
«A volte ripenso a Tøyen. E allora lo rivedo in tutta chiarezza, il mio quartiere. La gente esce dal super con i sacchetti della spesa, spinge il passeggino nella neve, corre a scuola con lo zaino che gli rimbalza sulla schiena e durante la ricreazione il custode si fa la sua sigaretta appoggiato al pilastro del portone. Poi la neve si scioglie, gli alberi di Natale restano spogli e marroncini davanti ai palazzi e i prati tornano verdi e pieni di denti di leone, e continua così, la gente cammina dritta, barcolla, si rimette a camminare dritta, e durante la ricreazione il custode si appoggia al pilastro del portone e soffia il fumo verso il cielo. È allora che pensa a me. Perché aveva capito tutto, adesso me ne rendo conto. Guarda al di là dei tetti e ricorda ogni cosa».
Dalla penna di una delle più importanti scrittrici norvegesi contemporanee, Ingvild Rishøi, nota per la capacità di rievocare le atmosfere di Andersen, di Dickens e di Lindgren, una favola natalizia dalla doppia anima, onirica e cruda, la magia dei sogni infantili e la durezza di un’esistenza socialmente marginale, entrambe contestualizzate nella contemporaneità. Sempre con uno sguardo attento alle meraviglie della vita quotidiana, Ingvild Rishøi ne “La porta delle stelle” (Iperborea) racconta le vicissitudini di una famiglia un po’ scombinata, composta dal padre e dalle due figlie: tra la commovente speranza di serenità nutrita dalle due sorelle nell’aver procurato al padre un lavoro come venditore di alberi di Natale, e la generosità del prossimo, c’è anche la feroce ineluttabilità della povertà in una implacabile e periferica Oslo.


